Storia di un Impiegato (On Writing, part II)

Sono le sette del mattino e sono arrivato molto presto al lavoro. Oggi parla un ospite importante e voglio fare in modo di accoglierlo come si deve. Scende dal taxi pochi minuti dopo il mio arrivo, ho fatto giusto in tempo a prendere la radio e il programma del giorno. Nell’imbarazzo di cercare la parola giusta per appellarlo perdo tempo, e finisco per essere preso a braccetto da quest’uomo. “Andrea andiamo a fare colazione” mi dice leggendo il mio cartellino con la discrezione di uomo che si è messo in mano altrui tante volte.

Al tavolo mi racconta che è solito svegliarsi presto, intorno alle sei, e che la colazione “dolce” la fa solo intorno alle 8. Prima, dice lui, ha l’abitudine di mangiarsi qualche salsiccia accompagnata da una Peroni da 66cc e qualche Philip Morris. Deve averle finite perché mi offre una Camel. Non sarà la sola che mi offrirà, in quella che diventerà una colazione lunga un’ora circa. Mi dimentico che sono al lavoro, perdo qualche chiamata in sala, ma data la persona che accompagno decido di non curarmene. “Non ti preoccupare, glielo dico io che ti stavi prendendo cura di me, che agli anziani bisogna stare appresso” esordisce lui spegnendo la sigaretta fumata quasi solo a metà. Nel tempo in cui io ne avrò finite due, lui ne avrà fumate otto, quasi tutte lasciate per la gran parte. “Non sei il fumatore che tutti dicono”, penso tra me e me.

Ho molte domande per lui, ma finisco per non fargliene nessuna. Capisco che non ho nulla di particolare da chiedergli, e mi rassegno al pensiero di ricordami questo momento come una colazione piacevole, senza dover tirar fuori storie da raccontare ai nipoti o grandi lezioni di vita. È invece lui a chiedere, tirando fuori un accendino che poi mi regalerà “è sempre meglio averne un paio appresso”. Mi chiede cosa faccio nella vita. Rispondo che ho iniziato a studiare filosofia. Mi chiede come va la scrittura, come un amico che si vuole assicurare che il lavoro scorra bene. Rispondo, ma non ricambio la domanda (no, non vi dirò cosa ho risposto). Non sono un suo grande lettore, ma so bene che scrive con stile e scrive molto

Ride annuendo, “Eh la penso esattamente come te. Ho questa idea di me stesso come un operaio, no meglio, come un impiegato della scrittura. Sai ti ho detto che mi alzo presto. Di solito poi mi faccio la barba e mi vesto, come se dovessi uscire. Poi mi chiudo nel mio studio e scrivo. Scrivo almeno quattro ore prima di pranzo. Io sto bene quando scrivo, mi dimentico di me, mi metto al mio servizio, un po’ come dicevi tu prima”. Parla in modo gentile lui, mi fa sentire come se gli avessi insegnato io qualcosa. Ho la sensazione di parlare con un uomo che è attaccato a poche cose, forse a nulla.

Lo accompagno dentro per l’intervento. Lui, impeccabile, non fuma per più di tre ore. Ad intervento finito mi vede e mi viene incontro “Andrea portami a fumare adesso però”. Non cerca la mia risposta, ha già la sigaretta in mano e me sotto braccio. Passiamo davanti a molte persone in sua attesa, ma non le vede, non si ferma, mi trascina verso un’uscita secondaria dove ci fermiamo a fumare lungo le scale anti-incendio. “Mi raccomando scrivi, scrivi sempre anche se non devi, e mettiti a scrivere sempre alla stessa ora, ma lasciale andare le cose poi”. Torna verso Prati, non lo rivedo più, né, penso, succederà mai.

Sto aspettando un volo per non ricordo dove, sono passati 8 anni. Sullo scaffale di una libreria dell’aeroporto vedo il suo nuovo libro, lo sfoglio noiosamente. Non mi hanno mai troppo preso i suoi lavori, come ho detto. Il titolo del libro è accattivante, ma lo dimentico quasi subito, non mi interessa, sto pensando al mio lavoro. Sto per posarlo quando leggo il retro copertina “Ogni mattina alle sette, lavato, sbarbato, vestito di tutto punto mi siedo al tavolo del mio studio e scrivo. Sono un uomo molto disciplinato, un perfetto impiegato della scrittura. Forse con qualche vizio, perché mentre scrivo fumo, molto, e bevo birra. E scrivo, io scrivo sempre.”

Io scrivo sempre, tutti i giorni, weekend compresi. Almeno tre, quattro ore. Scrivo le mie cose, scrivo le idee di altri, scrivo per me e scrivo per altri, scrivo tanto per scrivere. Scrivo per dare voce a quello che ascolto dentro, e scrivo per distruggere i vizi dell’ego: l’orgoglio, la vanità, il voler rimanere sé stessi sempre. Alla fine, anche io sono diventato una persona attaccata a poco, o nulla. Quell’Andrea di quel giorno, sia quello giovane ed esuberante che lavorava, sia quello più anziano che gli aveva offerto caffè e sigarette, li ho lasciati andare da molto tempo.

Ora vi lascio, che devo tornare a scrivere. Prima però vado a fumare.

 

 

 

 

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