Due Tesi sui Maestri

by @raimondiand

[Questo post è dedicato a Roberto Cordeschi, scomparso il 12 Ottobre 2014 a Roma]

E’ opinione comune che ci siano tra di noi persone che chiamiamo e vengono chiamate maestri. Tali sono le persone che, insegnando il da farsi, formano studenti. Tuttavia non è sempre chiaro cosa voglia dire essere un maestro, ne quale sia esattamente la natura della relazione maestro-studente.

Con questo post voglio prendermi l’opportunità di continuare a discutere due tesi sui maestri. La prima è quella che chiamo “tesi forte del maestro” (da qui, TF). Ho iniziato a discutere questa tesi insieme, e in opposizione, ad un’altra posizione, la “tesi debole del maestro” (da qui TD). Per quanto sia nelle mie capacità, cercherò di rappresentare al meglio questa seconda posizione.

La TD, in breve, è che “oggi non esistono più i maestri”. Secondo TD ciò che non va nella definizione di maestro sta nella relazione maestro-studente, nella quale il primo viene caratterizzato come intermediario con la verità che viene trasmessa al secondo. Questa posizione è da abbandonare e, con essa, la figura del “maestro”. Ciò che la TD vuole evitare è che tale definizione si regga su un’asimmetria di potere che renda il secondo termine non un allievo, bensì un discepolo. Piuttosto, chi sostiene la TD argomenta che “un maestro è probabilmente un più “debole” professore che insegna il da farsi, e forma un (possibilmente eccellente) professionista, che una volta tale (non da dilettante appunto) fa e conclude quello che lui ritiene più giusto, cioè più plausibile, impegnativo e risolutivo.”

La tesi TF, invece, argomenta che pur non accettando il tipo di relazione sulla base della quale i sostenitori di TD negano che ci siano ancora maestri, possiamo ammettere che “oggi esistono i maestri”. L’idea della TF è che, nonostante maestro e allievo siano soggetti relativi che non possono esistere se non in modo reciproco, il maestro non è colui che trasmette la verità allo studente poiché essere un maestro non è una proprietà poliadica del tipo “x è il maestro di y”. La dipendenza tra maestro e studente, secondo TF, è meglio intesa come dipendenza tra proprietà monadiche, del tipo “x è un maestro” e “y è un allievo”, in cui la manifestazione dell’una dipende dalla manifestazione dell’altra.

Un modo per dismettere l’argomento della “trasmissione della verità” è il seguente. Supponiamo che “x sia maestro di y” sia una proprietà poliadica P che collega i due soggetti della relazione, x e y. In primo luogo  P appartiene sia a x che a y poiché è solo attraverso l’istanza di P che i due termini possono dirsi relata reciproci. In secondo luogo, però, se x è collegato a y come maestro, y non è collegato a x come maestro, ma come allievo. Se y non istanzia P –assumendo che P è una e una sola proprietà– allora P non può essere detta vera di y. Dunque se identifichiamo la relazione maestro-studente in termini poliadici, o la trasmissione di verità tra x e y avviene in modi misteriosi, oppure non avviene affatto.

Su questo argomento, dunque, TD e TF possono concordare. E’ allora possibile che le due tesi concordino nelle premesse ma divergano in modo particolare nella conclusione. Ma in che modo? E’ chiaro che se non sussiste la relazione tramite la quale qualcosa può essere trasmesso a qualcos’altro ma sussistono i soggetti reciproci, allora la trasmissione è, al massimo, un modo figurativo di spiegare ciò che avviene tra maestro e studente.

Ciò che non è chiaro sono le conseguenze per la TD. Essa, infatti, o deve prendere l’argomento contro la trasmissione come ragione per negare direttamente che i maestri esistano del tutto o deve ammettere che in ogni caso particolare di maestro-studente, il maestro si limita ad attivare la verità nell’allievo senza che essa debba essere quella del maestro. Da una parte, se accettasse la prima opzione sarebbe poi paradossale poi continuarla a chiamare tesi “debole”, dall’altra se accettasse la seconda dovrebbe ammettere che “oggi esistono i maestri”.

Voglio ora articolare l’analisi a partire da un passo de L’inferno di Dante. Questo passo, estratto dal canto XI, può a prima vista prestarsi ad entrambe le letture e ad entrambe le tesi. Il passo è il seguente:

«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,

nota, non pure in una sola parte,

come natura lo suo corso prende                                     99

dal divino ’ntelletto e da sua arte;

e se tu ben la tua Fisica note,

tu troverai, non dopo molte carte,                                     102

che l’arte vostra quella, quanto pote,

segue, come ’l maestro fa ’l discente;

sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.                            105

Ciò che insospettisce un sostenitore della TD è che il maestro, in questo contesto (e non potrebbe essere altrimenti) intermedia per l’allievo con la verità divina. La lettura della TD, se pure consistente con l’impianto generale dell’opera, non coglie ciò rispetto al quale la tematica del lavoro qui viene discussa.

In questo passo Virgilio risponde a Dante, il quale precedentemente aveva chiesto spiegazioni sulla natura peccaminosa dell’usura. Il primo chiarisce che l’operosità dell’uomo è imitazione di quella della natura (è chiaro qui il riferimento alla Fisica di Aristotele) esattamente come l’allievo fa con il proprio maestro. E proprio come la natura produce cose in grado di operare autonomamente, così il maestro non deve far altro che coltivare nell’allievo i suoi propri strumenti di sostentamento, così che possa poi lavorare in modo autonomo. L’usuraio, al contrario, “altra via tene” e, disprezzando ciò che rende autonomi, ripone in altro le sue speranze di sostentamento.

In questo senso, nonostante  nulla venga letteralmente trasmesso da maestro ad allievo, si può affermare che i maestri, oggi, ancora esistono. Essere un maestro significa manifestare le capacità dell’allievo di coltivarsi in autonomia e insegnargli il valore etico delle competenze, del rigore e del lavoro perché egli possa “come professionista fare e concludere ciò che ritiene più giusto, cioè più plausibile, impegnativo e risolutivo”.

Cosa significhi essere un allievo ancora non mi è chiaro, ma so bene ora cosa significa perdere un maestro.

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