DISMALAND – ai margini della distopia

by @raimondiand

 

Foto di Flavia Fabris

“An art show..[…].. an attempt to build a different kind of family day out – one that send a more appropriate message to the next generation – sorry kids. Sorry about the lack of meaningful jobs, global injustice and Channel 5. The fairytales is over, the world is sleepwalking towards climate catastrophe, maybe all that escapism will have to wait. Think of this as a fairground that embrace brutality and low level criminality…Here’s you’re encouraged to consider, not just consume, to look, not just spectate and most important of all –beware of uneven floor surfaces.” (Banksy).

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Così Banksy presenta Dismaland, chiusa tra le alte mura del Tropicana, lido fortezza costruito nel 1937 sulla costa del Nord Somerset, in Inghilterra. Banksy si è subito innamorato della struttura e, all’inizio di quest’anno, ha cominciato a raccogliere intorno al suo ultimo progetto circa 50 artisti da 17 nazioni diverse. Dall’esterno la vista lascia pochi dubbi sul perché ne sia rimasto affascinato. Il tropicana somiglia più ad un carcere di massima sicurezza che ad una struttura balneare.

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The Tropicana, Weston-super-Mare – Wikipedia

Chiuso nel Tropicana, Dismaland vuole essere, per il suo autore, un’esperienza pedagogica per le nuove generazioni. E deve esserlo, dice lo street artist, perché non dobbiamo commettere l’errore di pensare che essi siano immuni “from the idea that to maintain our standard of living other children have to die trapped in the hulls of boats in the bottom of the Mediterranean”[1]. Sono proprio loro, infatti, che si trovano a metà, a vivere in un mondo consegnatogli in pessime condizioni economiche, climatiche e sociali; messi nella difficile posizione di poterne fare parte o come vittime o come carnefici.

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E le persone che, plausibilmente, consegnano loro questo pianeta, sembrano essere parte integrante dell’evento. Quasi come, direbbe qualcuno, vere e proprie opere d’arte mobili. Manifestazione del fatto che, se tutti siamo media, dai media non c’è via d’uscita. Dismaland è fatto affinché ogni centimetro irregolare del parco, compresi i visitatori, possano diventare elementi attraverso i quali fare esperienza in prima persona del modo in cui i mass media hanno modificato l’esperienza sociale del mondo.

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E, infanti con la motosega a parte, l’esperienza che se ne ha è del tutto fuorché *disorientante* –da qui, bemusement park. Girando per le stradine dissestate del parco si ha la chiara sensazione di essere alla fine di un rave party. Quel clima di quiete e stordimento dopo un’intensa notte di festa; come scivolare attraverso un virtuale risveglio in una dimensione monotòna, quando la surreale eccitazione lascia posto all’insofferenza per lo squallore intorno.

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Lo stagno dei rifugiati

Dismaland non è una rappresentazione distopica della nostra realtà, ma solo di una certa versione del futuro. E’ un invito a giocare tra le macerie di una visione favolesca del mondo, prodotta e consumata da un generazione intorpidita da una spontanea indifferenza alla realtà. Dismaland è la fine di una mitologia, criptata e rinchiusa in quattro alte mura di cemento armato, dalle quali non dovrebbe più uscire. Banksy ed altri superstiti ne custodiscono le chiavi, fabbricate in lunghi anni di dissidenza e di vita ai margini della distopia. Sulla via di casa è impossibile non avere *ritorni d’acido* osservando le più quotidiane attività umane; e sembra che da Dismaland non si sia mai usciti. O che forse, quelle quattro mura, sono proprio ciò che separa un lucido, stancante cinismo da una realtà distopica che è solo un’istallazione del futuro. E niente di più.

 

Andrea e Flavia

[1] Banksy discusses Dismaland with a Sunday newspaper

Tutte le foto sono rilasciate con licenza CCBY 4.0

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