Filosofia e Attivismo

by @raimondiand

Uno dei diritti umani che preferisco è il diritto alla libertà di pensiero ed espressione. E’ un diritto tanto importante quanto oneroso e ad esso corrispondono doveri verso se stessi e verso gli altri. Esseri liberi di dire, di pensare e di credere, richiede un constante impegno verso i propri pensieri. Richiede, d’altra parte, un grande rispetto delle opinioni altrui e della altrui capacità di pensare autonomamente.

Si è liberi di pensare, quando, come diceva Russell, si è capaci di intrattenere e valutare un pensiero senza doverci necessariamente credere. Si è liberi, in questo modo, poiché non si è schiavi delle proprie credenze, ma si è sempre in grado di valutarle, confrontarle, e aprirle a revisione. La libertà di pensiero è fondamentale per espandere la propria intelligenza, curiosità, creatività e conoscenza del mondo.

In seconda battuta, la libertà di pensiero consiste nel dare a tutti l’opportunità di vivere la propria vita intellettuale libera da ogni oppressione. Questo significa non imporre le proprie credenze agli altri ma essere capaci di trattare un interlocutore come un proprio pari nella comprensione di ciò che si discute. Si è liberi di pensare, in questo senso, quando si è capaci di intrattenere una discussione mettendo al centro le idee e non le persone.

Sono le idee che sopravvivono al tempo, non gli uomini. Gli uomini, al contrario delle idee, sono semplici mortali. E sono le idee che ci permettono di accrescere la nostra comprensione di cosa significhi essere umani, cosa sia questa mortalità, quale sia la natura dei problemi che formuliamo e come sia fatto il mondo che abitiamo. Ma per raggiungere tutto questo è necessario fare in modo di mantenere il pensiero libero, sia dagli inganni e dalle trappole che il pensiero stesso a volte ci presenta, sia dalla violenza che molto spesso gli uomini esercitano sulla libertà di altri uomini, costringendoli nell’obbedienza.

Molti esseri umani nella storia si sono battuti per difendere la libertà di tutti. Molto spesso sacrificando la propria, e molto spesso vivendo l’unica vita a loro disposizione in solitudine o in esilio, sia fisico che mentale. Questi, quelli che chiamiamo attivisti, non possono che fare altrimenti. Se si rifugiassero nella compagnia della loro comunità, infatti, sfuggirebbero al loro compito più importante: vigilare al di fuori dei propri confini sicuri.

Molti filosofi di professione mi chiedono spesso perché io ritenga così importante per un filosofo parlare con le persone  –tutte, a prescindere dalle loro professioni, classi sociali o appartenenza geografica. Ed io rispondo così. Ciò che fa di un filosofo un filosofo non è tanto la sua capacità critica –si può essere, infatti, allenati al pensiero critico, senza esseri filosofi– o la sua conoscenza tecnica, quanto piuttosto la capacità di discutere in modo libero quelle idee comuni che pongono problemi di comprensione per tutti gli esseri umani –senza che tutti necessariamente debbano esserne interessati– ma che essi usano quotidianamente e deliberatamente. Un filosofo che fa della propria passione un attivismo è quel tale che considera il rispetto dell’altro come strumento fondamentale di conoscenza di se stessi e del mondo e la libertà di pensiero come diritto che dona dignità ad ogni essere umano.

Non sono molti coloro che condividono questa mia posizione, molto spesso derisa sia dai filosofi sia dagli interlocutori non filosofici. I primi, molto semplicemente, preferiscono discutere con chi già condivide i loro stessi assunti, il loro stesso vocabolario o le loro stesse idee. I secondi, invece, percepiscono questo atteggiamento come dannoso per la sicurezza delle proprie credenze, o semplicemente noioso o supponente o addirittura trollante [1], e tendono a rifiutare qualsiasi discussione che non sia condotta anche sul piano personale.

Il Socrate di Platone, a mio parere, rappresenta uno dei primi e più importanti esempi di attivismo filosofico nella storia. Socrate amava parlare con le persone; amava soprattutto, mettere in discussione le proprie tesi e le tesi degli altri, con accuratezza, gentilezza e molta pazienza. Ma era percepito, fondamentalmente, come un gran rompicoglioni da evitare accuratamente. Ogni volta che lo si incontrava egli invitava il proprio interlocutore a spiegare a lui le proprie tesi al meglio; che fossero intorno alla giustizia, al bene, alla politica, alla conoscenza e così via. Puntualmente, il dibattito si concludeva con Socrate ancora in dubbio verso una corretta definizione di tutte quelle cose, e il suo interlocutore, prima certo delle proprie posizioni, lasciato in un fastidioso stato di perplessità. Socrate amava discutere per capire. Amava e considerava a tal punto il valore umano della discussione e il rispetto delle credenze altrui, che questo un giorno gli costò una condanna molto grave. Per sua scelta egli si tolse la vita davanti all’accusa di aver radicalizzato la gioventù ed averla spinta a comprendere, attraverso il ragionamento, che ciò che veniva considerata opinione comune, poteva e doveva essere messa in discussione.

Socrate sosteneva che non fosse possibile arrivare ad una conoscenza certa delle cose. In quanto mortali, gli uomini potevano pensare solo pensieri mortali. Dunque, essi non potevano comprendere “il giusto”; ciò era appannaggio degli dei. Al contrario, essi erano obbligati a discutere intorno a questa o quella azione giusta, o di questa o quella definizione di giustizia. Socrate credeva che ogni essere umano potesse, attraverso il dibattito, ragionare meglio sui propri pensieri, correggere le proprie credenze e, in accordo con la propria filosofia, vivere una vita degna di essere vissuta. Una vita libera vissuta attraverso la libertà di pensiero di ognuno.

La filosofia è una delle vie per difendere e far crescere questo fondamentale diritto che appartiene ad ognuno di noi. Quello di alcuni filosofi è un attivismo silenzioso ed invisibile, che non ha associazioni, non ha pagine web, non ha slogan, non si vede in piazza, non ha riconoscimenti. Al contrario, é fatto di singoli incontri, di piccole discussioni, di emarginazione dal dibattito comune, ma che parte dalla convinzione che è dal rispetto di ogni opinione e dalla cura delle proprie che un mondo più libero per gli uomini tutti può essere costruito.

Al momento ce la stiamo cavando davvero male, e per gli attivisti dei diritti umani –qualsiasi siano le loro competenze– sono tempi bui e solitari. Sappiamo bene quanto siamo mortali; ricordiamo quanto le nostre idee, al contrario, non lo siano. Cerchiamo di consegnare ai mortali del futuro strumenti per costruire un mondo più libero, come quelli che abbiamo ereditato e che continuano ad ispirare il nostro lavoro.

[questo post è dedicato ad alcuni amici grazie ai quali i tempi bui sono meno bui, e la solitudine più sopportabile. Amici che capiscono che “per me è diverso”, e gli va bene così]

[1] una volta un amico avvocato mi disse “il miglior modo per discutere con te è pensare che tu mi stia prendendo in giro”. In un certo senso, quello socratico, aveva perfettamente ragione. Un ringraziamento speciale per questo post, quindi, va a lui, Ben Wizner.

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